[Giorno 2] Silicon Valley is where the magic happens

[Siamo al secondo giorno di Mindset Program, oggi scrive Paola Annoni di www.viaggidinozzelowcost.it]

Qui tutto può davvero succedere. Ma per farlo succedere devi imparare le regole del gioco.
Il secondo giorno comincia con un’intensa lezione sui confini culturali, i modi di fare.

Nella vita siamo abituati a ragionare per stereotipi: gli svizzeri sono puntuali, gli italiani ritardatari, i tedeschi precisi: ma in un paese in cui il 45% delle startup sono straniere e il 75% degli impiegati nel mondo dell’high tech non è americano… Qual è il mondo da considerare?

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Ma qui si parla di business, e oltre al fallire come trampolino di lancio per fare meglio, stiamo imparando anche che qui se qualcuno non ti risponde ad una mail, puoi continuare a scrivergli gentilmente rinfrescandogli la memoria.

Una lezione dietro l’altra che comporranno alla fine delle due settimane, un gigantesco puzzle fatto di opportunità e visioni del mondo diverse da poter sfruttare.

Tratta le persone come vorresti essere trattato, e cerca di capire come vorrebbero essere trattate, impara come esprimere gentilmente il tuo disappunto, impara come gli altri costruiscono la fiducia.

Abbiamo spesso la sensazione di dover imparare tutto e subito, perché questo è il ritmo a cui viaggiano in Silicon Valley: il qui e ora non è mai stato più concreto.

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Dopo un’ora di lezione classica ci siamo rimessi in gioco, oggi mettiamo le mani nella pasta della nostra Value Proposition: spiegare la nostra startup, il suo motore portante, quello che facciamo e perché siamo diversi e speciali e dovremmo essere scelti.

Quel mix perfetto tra la tua offerta, quello di cui hanno bisogno i clienti e quello che già si trova sul mercato. Tutti abbiamo preparato la nostra, nella nostra testa è tutto chiarissimo, ma spiegarlo a chi non sa nulla di te e che in trenta secondi deve decidere se gli piaci o meno, e soprattutto se vuole investire su di te, non è assolutamente facile.

Essere unici, non paragonarsi agli altri, definire un lavoro complesso nel linguaggio di tutti e farlo non nella tua lingua natia, può sembrare semplice, ma gli occhi di chi ti ascolta cambiano se i concetti non sono chiari, e ti rendi conto che stai giocando male quello che potrebbe essere un poker d’assi nelle tue mani.

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Un pranzo al volo (molto americano, anche se sanissimo!) e siamo pronti a uscire dalla città, per spostarci a San Carlos (dove ci aspettano Sprint e Softbank) e a Menlo Park (per incontrare un senior engineer di Tesla).

Siamo a due passi dal Google Plex, da Facebook e da tutte quei mondi che non siamo abituati a vedere concreti.

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Chistina Cloure, technology scout di business emergenti di Sprint (una delle compagnie di telefonia più importanti degli Stati Uniti), ci spiega in quanti campi operano, e in modo molto diretto e americano, come fare mandare le nostre candidature.

È strano ai nostri occhi: loro incontrano i VC (gli investitori) e chiedono loro cosa stanno cercando, e Sprint li trova.

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Vediamo lo Sprint accelerator a Kansas City, ci buttiamo nelle parole del partner di Softbank che parla di robotica e del mondo giapponese. Basta googlare questa ditta che nasce nel 1981 per scoprire che ha portato l’iPhone in Giappone. Non male, eh?

L’agenda preme, e ci rimettiamo in marcia verso un nuovo incontro: “what is design thinking?”.

Incontriamo Sean, designer per Tesla, la celebre compagnia che ha realizzato la splendida auto elettrica e che da anni lavora sulla macchia che si guida da sola.

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Ci presenta con umiltà tutte le sue creazioni: dal dispositivo per ripulire il mare da macchie di olio e inquinamento (e – meduse) che ha avuto enorme successo dopo il triste avvenimento della Baia del Messico nel 2010 (Disastro ambientale della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon), ad un orologio simile ad un gioco, con gps integrato per non perdere i bambini.

I bisogni cambiano, l’innovazione e il design devono seguirli.

Crea prodotti, gode il vantaggio di una community per testarli, innova.

È piacevole e curioso ascoltarlo, ma la parte che forse più colpisce è che lui, dopo 8 ore di lavoro va a casa e disegna ancora: sogna, crea, progetta.

Il suo lavoro è la sua passione, la passione è il suo lavoro: la passione è totalizzante.

Abbiamo anche noi la sua stessa passione nei nostri sogni?

[Paola – www.viaggidinozzelowcost.it]

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