Fai quello che puoi, con quello che hai, nel posto in cui sei: il post-Silicon Valley di Luca Domeniconi

Siamo tornati in Italia da quasi due settimane ma, devo essere sincero, ancora non mi sono ripreso.

No, non è un problema di jet lag, anche se ammetto di aver passato qualche giorno in modalità zombie.

Il motivo è molto più semplice: siamo stati catapultati in una realtà anni luce lontana dalla nostra. Due settimane di full immersion, cercando di conoscere, capire ed imparare il più possibile. E ora devo digerire il tutto.

Vi farò una lista delle cose che mi sono rimaste più impresse ma so già che questa lista non sarà completa perché, se devo dirla tutta, ci sto ancora ragionando.

A questo punto ho il dubbio che la parte più importante di tutto questo viaggio sia proprio il post-Mindset. Pensare a quanto si è visto, per cercare di applicare quanto possibile nel nostro contesto.

Veniamo al dunque:

1) La capacità di fare networking è incredibile.
Hanno creato un protocollo, fanno eventi su eventi per agevolarlo, sanno che “se ti dai una mano a vicenda” è più facile fare le cose.
Sembrerebbe una cosa scontata, ma loro lo fanno all’ennesima potenza, noi? Pochissimo.

2) Le persone cercano di aiutarti anche senza un secondo fine immediato.
È una sorta di “karma a lungo termine“. Questa cosa mi ha estremamente colpito perché in Italia è esattamente l’opposto: se qualcuno che non conosci o conosci poco ti aiuta lo fa per un ritorno economico praticamente istantaneo. Per dirne una: alla fine del mio pitch sono stato avvicinato da un Angel Investor che in dieci secondi mi ha dato la possibilità di conoscere tre persone praticamente irraggiungibili. Tutto questo senza voler niente in cambio.

3) In Italia se la tua azienda fallisce sei automaticamente un fallito, in Silicon Valley è quasi motivo di vanto.
Questo perché le mentalità sono agli antipodi: in Silicon Valley ragionano a “processi” mentre noi ragioniamo ad “eventi”.
In pratica è ampiamente assodato che per costruire qualcosa che “cambi il mercato”, siano necessari anni ed anni di tentativi e fallimenti.

4) Una startup deve crescere esponenzialmente e cambiare radicalmente il futuro del mercato in cui opera.
Probabilmente in Italia il concetto di startup comprende anche quelle aziende che al massimo potranno diventare delle buone “medie-imprese”.

5) Se fai l’imprenditore meriti tanto rispetto.
Si presume che tu voglia portare valore ed innovazione e magari anche posti di lavoro.
In Italia potresti essere visto nel caso migliore come un pazzo (per via della legislazione), nel caso peggiore come un truffatore.
Sad but true.

6) La “torta” è enorme e anche la concorrenza è vista come positiva.
Dentro Google ci sono gli uffici di Mozilla, da noi non credo che dentro Fiat ci siano gli uffici di Mercedes.

7) I cambiamenti e le innovazioni, se portano a qualcosa di buono, sono sempre ben visti.
Uber insegna. In Italia, ah no...

Anche se la lista non è completa, penso che questo “viaggio” mi abbia profondamente cambiato e la voglia di applicare in Italia quanto di buono ho visto mi sia cresciuta a dismisura.

“Fai quello che puoi, con quello che hai, nel posto in cui sei” – Franklin D. Roosevelt

[Luca Domeniconi – Project Ares]

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