Incubator Program, day 4: il futuro richiede tempo

[L’articolo di oggi è scritto da Antonello Bartiromo di Dpixel]

Altro giorno di questa entusiasmante missione a San Francisco e Silicon Valley per andare a scoprire le best practice degli acceleratori/incubatori più rinomati del pianeta.
Più che un viaggio da un luogo all’altro, è stato un viaggio da un tempo all’altro, nel tempo “futuro” per la precisione.

Si parte di buon’ora per South San Francisco, alla volta di JLabs, uno dei satelliti che compongono il complesso e articolato puzzle della struttura di Corporate Innovation di Johnson&Johnson.
Ci accoglie Neema, 35 anni circa, sguardo empatico e penetrante. Ci fa accomodare in una meeting room essenziale, pareti bianche senza quadri, tavolo bianco laccato senza prese elettriche (sono nascoste sotto), schermo TV sul fondo.
L’arredamento minimalista, ci dice Neema, fa parte della policy aziendale, serve per mantenere focalizzata l’attenzione su quello che succede nel momento in cui succede.

I JLabs, ci spiega, sono una sorta di Corporate Accelerators, all’interno dei quali le startup trovano un ambiente ottimizzato ed efficiente per portare avanti le loro scoperte e il loro business, anche grazie al supporto non solo di infrastrutture attrezzate, ma soprattutto di esperti e partners lungo tutta la catena del valore della life science innovation. I settori di interesse sono quelli di Johnson&Johnson, in
particolare il mercato consumer (baby care, oral care, beauty, personal care), gli elettromedicali, il farmaceutico.

La value proposition dei JLab recita così: fornire una piattaforma per la comunità scientifica da applicare alle diverse prospettive di risoluzione delle sfide nell’healthcare. La visione è quella di liberare il potenziale competitivo dell’ecosistema dell’innovazione per trovare soluzioni con metodi non convenzionali. La rete dei Jlabs comprende 7 strutture negli USA e una in Belgio (JLinx) per coprire il versante EU.

Alle startup accelerate viene fornito accesso ad attrezzature e laboratori (biologia, chimica, prototipazione), supporto all’engineering e al business dei progetti, consulenza per le problematiche legate alla compliance normativa, connessione con investitori e partner industriali.
Alla domanda: “non vi preoccupa la concorrenza?” Neema risponde: “non vediamo la concorrenza, tutto quello che può aiutare J&J è benvenuto”.

Si torna in città per visitare HAX in Jessie Street, ai confini con uno dei quartieri “malfamati” di San Francisco.
HAX è il primo e più grande acceleratore di startup hardware del mondo e fa parte dell’ecosistema di acceleratori legati a SOSV, un fondo seed da 250M$ che investe in Life Sciences tramite INDIE BIO, Social & Mobile tramite MOX, Food tramite FOOD-X.
L’ingresso al percorso HAX è molto selettivo e se si riesce a superare la griglia, la startup che entra (gratuitamente) nel programma riceve 250K$ a fronte del 12-15% di equity e un programma di mentoring che varia da 6 a 12 mesi in relazione allo stadio di sviluppo del progetto.
La cosa interessante è che la parte dedicata allo sviluppo tecnologico, all’engineering e al design, viene realizzata presso la sede di Shenzen (da 4 a 8 mesi) dove è presente uno staff di ben 35 mentor tutti specializzati nelle tecnologie hardware. La restante parte del programma, dedicata al go-to-market, alla customer acquisition e al fundraising si svolge a SF e dura in media dai 2 ai 3 mesi.

Sono 4 i differenti programmi, con diversi modelli di funding: Consumer (30%), Enterprise (22%), Industrial (18%) e Health (30%). Robusto anche il network con le grandi corporation che utilizzano il programma come torre di controllo e radar di innovazione. Tra queste citiamo: Michelin, Aibus, Johnson&Johnson, Onkyo, T-Mobile e Valeo. In un angolo dell’acceleratore c’è un’intera parete con scaffali che ospitano i prodotti già in commercio, realizzati dalle startup che hanno terminato il percorso (168 in tre anni e mezzo circa da quando è nato).

Un boccone al volo e si raggiunge Berkeley, dall’altra parte della baia, per andare a visitare Skydeck, l’acceleratore per startup della celeberrima Università di Berkeley. Skydeck conta su un ecosistema universitario di oltre 41.000 giovani tra neolaureati e studenti. Il programma dura 6 mesi e ai team vengono dati 100K$ a fronte del 5% di equity. Per ogni call ricevono circa 400 application per ammetterne 18 (quelle che dimostrano di avere un minimo di traction). Le startup non pagano nulla per il programma e vengono ospitate gratuitamente all’interno della struttura. I soldi per l’investimento in micro-seed provengono da un piccolo (si fa per dire) fondo universitario di circa 25M$. Intorno all’acceleratore gravitano anche in questo caso grandi corporation (es. Ford, Ericsson, Amazon, Microsoft, Adobe) che oltre a sponsorizzare i programmi, offrono perks per le startup.

Ormai è chiaro che nella Bay Area, sia le università che le aziende sono parte integrante dell’ecosistema dell’innovazione, alla stessa stregua di startup, fondi VC e strutture di supporto.

La giornata corre veloce e dopo pochi chilometri arriviamo a Oakland, città prosperosa prima e durante la guerra e sempre più povera e nera negli anni successivi. Teatro di scontri per i diritti civili e patria del movimento delle Black Panthers, Oakland è considerata un po’ l’anti San Francisco. Qui nasce il Kapor Center for Social Impact, una sorta di acceleratore ad impatto sociale che mira a rendere l’ecosistema tecnologico e l’imprenditorialità più diversificati e inclusivi e a rimuovere gli ostacoli all’istruzione, alla tecnologia, all’ingegneria e alla matematica (STEM) e alle carriere tecnologiche per le persone di colore sottorappresentate.
Il Centro è stato fondato nel 2000 dall’imprenditore/investitore Mitchell Kapor insieme a sua moglie Frieda come istituzione focalizzata sull’inclusione tecnologica e l’impatto sociale. Mitch Kapor è famoso per essere stato il fondatore di Lotus 1-2- 3, e co-investitore in aziende come Twilio e Asana. Come parte del Kapor Center for Social Impact, Kapor Capital è il suo braccio di venture capital che ha all’attivo oltre 160 investimenti tra cui Uber.
Grazie a Kapor a Oakland è nato un ecosistema “alternativo” che conta su una comunità crescente ed è uno strepitoso esempio di riconversione sociale.

Bene, siamo arrivati al momento del debriefing. Abbiamo visto e ascoltato tanto in questi giorni e tra tutti serpeggia la voglia di cambiare il mondo, ognuno nella propria realtà, con la convinzione del luogo comune che non abbiamo nulla da invidiare agli americani in termini di intelligenza e creatività. Accolgo con piacere il consiglio di Sandy: non rimanere frustrati se dovesse accadere che questa voglia di cambiamento non trovi immediato riscontro con le persone che non hanno vissuto la stessa esperienza.

Bisogna avanzare ma in maniera metodica e un passo alla volta. Il futuro richiede tempo.

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