Incubator Program: coltivare le relazioni

[L’articolo di oggi è scritto da Valentina Matlì di Democenter-Sipe]

Qualche giorno e tanti chilometri di distanza permettono di ripensare all’avventura appena conclusa in Silicon Valley con la giusta prospettiva. Si torna a casa con una grande energia, molto entusiasmo e tanti spunti utili per iniziare già da oggi a contaminare, correggere, migliorare i nostri programmi di accelerazione e di incubazione. Iniziando dal coltivare ancora di più la nostra community, una parola fondamentale, sentita e ripetuta molte volte durante la scorsa settimana. Sì, perché a San Francisco abbiamo imparato che coltivare le relazioni è davvero il motore di questo sistema.

Ci sono innanzitutto le relazioni tra le startup favorite da un ambiente lavorativo spazioso e ben progettato, dal design molto accogliente, con ampi spazi di coworking e caffetterie incorporate negli edifici e aperte al pubblico esterno. Startup che sono indirizzate verso la conoscenza reciproca e la collaborazione da community manager che, come avviene a The Vault, Hana Haus e Galvanize, organizzano eventi ed occasioni di interazione e scambio su base quasi giornaliera.

All’interno di programmi di incubazione e accelerazione dai tempi rapidissimi (6 settimane nel caso della summer school di Singularity University fino a una media massima di 3/6 mesi) per la startup è la relazione con i propri mentor ad essere inoltre indispensabile. Un rapporto che per raggiungere l’obiettivo di portare valore al progetto imprenditoriale, come ci ha raccontato Stephen Torres Industry Fellow a Berkeley, va preparata e gestita secondo alcune regole fondamentali tra cui la trasparenza, l’onestà, la condivisione del proprio entusiasmo ma anche più semplicemente la gestione dei tempi e l’organizzazione dei temi da trattare ad ogni incontro.

Restando nell’ambito di questi programmi, abbiamo visto che le relazioni con le imprese vengono fortemente valorizzate in tutte le fasi del percorso: sono fondamentali nel processo di selezione, garantiscono la sostenibilità degli incubatori e sono i primi interlocutori per eventuali exit. Ma il beneficio non è solamente per le startup: a RocketSpace gli oltre 170 sponsor corporate possono attingere in maniera privilegiata al sistema startup e alle loro innovazioni ottenendo ottimi risultati. A noi la sfida di favorire sempre più la diffusione di questa cultura anche in Emilia-Romagna.

Una speciale attenzione va ad un’ulteriore tipologia di relazione, quella con la comunità di cittadini anche là dove non accoglie automaticamente e senza riserve il modello Silicon Valley. È il caso del Kapor Center di Oakland un progetto sviluppato attraverso un’azione di attenta contrattazione con la comunità locale e che mira a sviluppare un ecosistema tecnologico ed imprenditoriale più attento alla diversità, all’inclusione e all’impatto sociale rispetto ai propri vicini di casa. Il Kapor Center è anche l’ultima tappa del nostro programma , un esempio differente da quanto visto fino a quel momento e scelto forse appositamente per ricordarci che lì nessuna regola vale per tutti e per sempre: l’importante è comprendere cosa serva a chi ci vogliamo rivolgere cambiando anche gli schemi più consolidati senza affezionarsi troppo a quello che si è fatto fino ad ora.

Resta un’ultima importante relazione, che ci riguarda direttamente e che proprio grazie a questa intensa settimana insieme ci è sembrata ancora più necessaria e urgente, quella tra gli incubatori e i programmi di accelerazione che collaborano fianco a fianco per essere più forti e più efficaci sulla scena internazionale. Come abbiamo visto alla Nordic Innovation House che riunisce Finlandia, Svezia, Norvegia, Danimarca e Islanda: una vera e propria casa per le startup dei paesi nordici, che qui trovano un punto di accesso al sistema di relazioni di San Francisco, uno spazio a loro disposizione e un programma di accelerazione intensivo della durata di 4 settimane.

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